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lunedì 12 giugno 2017

Archeologia. L'alba della Civiltà Nuragica è da inquadrare intorno al 1600 a.C., con la realizzazione dei nuraghi a corridoio e la frequentazione di villaggi nei quali gli archeologi hanno trovato ceramiche caratteristiche. La facies Sa Turricula. Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Archeologia. L'alba della Civiltà Nuragica è da inquadrare intorno al 1600 a.C., con la realizzazione dei nuraghi a corridoio e la frequentazione di villaggi nei quali gli archeologi hanno trovato ceramiche caratteristiche. La facies Sa Turricula.
Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Durante Bronzo Antico, in Sardegna, i villaggi sono poco frequentati e il paesaggio non presenta ancora i nuraghi arcaici, quelli a corridoio privi di torri. Tutti i materiali arrivano da contesti funerari, e si dovranno attendere due secoli per notare la ripresa delle attività negli insediamenti. Nell’insediamento di Sa Turricula, gli studiosi riconoscono l’alba della Civiltà Nuragica, con la presenza di un nuraghe, del villaggio e, a poca distanza, nel territorio di Osilo (località Funtana ’e Casu), un dolmen. Una capanna del villaggio, rettangolare e absidata, è stata ricavata per una parte nella roccia e per una parte è delimitata da uno zoccolo murario di cui restano pochi filari. Dalla cima dell’altura su cui sorge il sito, si gode di una vista mozzafiato su tutto il territorio circostante, che non lascia dubbi sulla scelta strategica effettuata dai nuragici. L’andamento della struttura del nuraghe è influenzato dalla posizione sulla cresta del Monte Tudurighe. Presenta un breve corridoio che immette a un vano semicircolare dotato di nicchia sul
lato sinistro. Per la costruzione sono utilizzate la tecnica megalitica nell’ingresso e nella parte finale dell’ultimo vano, e la tecnica a secco con pietre di media grandezza nel resto dell’edificio. Lo scavo del nuraghe ha documentato una frequentazione punica del sito intorno al III sec. a.C. (monete puniche della zecca di Sardegna datate tra il 241 e il 216 a.C.) e numerosi elementi riferibili al periodo romano. A poche centinaia di metri dal nuraghe c’è la Tomba di Giganti di Monte Simeone, realizzata con lastre megalitiche che delimitano il corridoio del sepolcro. E’ priva di esedra, ma il ritrovamento a valle di un frammento della stele centinata la riconduce alla classica tipologia con facciata e corpo absidato.
Fra le ceramiche portate alla luce dagli archeologi nei villaggi compaiono vasi decorati con nervature realizzate con cordoni che partono dall’orlo, e spesso all’interno del collo ci sono le riseghe (si tratta di bollitori). Continuano i vasetti troncoconici con prese quadrangolari trasversali (a volte bugne) o cilindriche. I vasi sono polipedi (i tripodi non ci sono più), hanno il coperchio e presentano delle coppelle, scavate o in rilievo. Abbiamo anche piatti con orlo appiattito, simili a quelli Monte Claro. È possibile fare dei confronti precisi di queste tipologie ceramiche di olle biconiche e globulari a tesa interna (pissidi), bollitori e tegami con i materiali delle facies Appenninica, a dimostrazione delle relazioni ad ampio respiro di questo periodo.
Le anse si trasformano leggermente nella facies successiva, quella denominata San Cosimo, pertanto è abbastanza semplice classificare i materiali di questo periodo. La superficie delle ceramiche ha una caratteristica distintiva: quelle da cucina sono porose (per migliorarne le proprietà di passaggio del calore nella cottura), invece, quelle per il commercio sono ingubbiate, ossia lucidate per valorizzarne la bellezza. Altri elementi distintivi sono presine, applique e fossette con rilievi laterali che scompaiono nella successiva facies San Cosimo. Come nella precedente Sant’Iroxi e nella successiva San Cosimo, sono presenti le fuseruole discoidali appiattite con piccolo foro. Il colore è beige o rosato, ed è raro trovare ceramica nera (di tipo elladico) o molto scura. Nel nuraghe a corridoio di Monti Mannu, a Serrenti, abbiamo, invece, una particolare cura nella realizzazione delle pareti dei vasi, privi di superfici ruvide. I motivi geometrici richiamano la ceramica Monte Claro con grandi ciotole carenate decorate con motivi a zig-zag, a volte a rilievo. Il nuovo gusto rivela una cesura col passato e l’inquadramento di questa facies ci porta verso il Bronzo Recente, ossia la fase San Cosimo di Gonnosfanadiga, dove continua il gusto per l’orlo appiattito a tesa interna. I coperchi potevano essere in legno, sughero o in pietra. Le decorazioni con nervature verticali della facies San Cosimo presentano bozze alternate a motivi simbolici e ricordano i menhir con naso, occhi e sopracciglia. Le tonalità non sono vivaci. Nella ruvidità delle decorazioni si sono individuate particelle in argento, stagno e piombo, a dimostrazione del grande pregio di questi vasi. L’eleganza dei ceramisti è indiziata anche dalla sinuosità delle anse. E’ importante sottolineare che la decorazione metopale a scacchiera, o triangoli vuoti e pieni, è tipica dell’ambito Appenninico (Lazio e Toscana) e di quello Milazzese (Sicilia e Eolie).

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