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venerdì 7 aprile 2017

Archeologia. Pelasgi, navigatori e costruttori di monumentali mura. Riflessioni di Roberto Mortari

Archeologia. Pelasgi, navigatori e costruttori di monumentali mura.
Riflessioni di Roberto Mortari

Secondo gli antichi autori, i Pelasgi erano una popolazione insediata nella Grecia e in altri territori (Caria in Asia Minore, Creta, Sicilia, Italia meridionale, Etruria, e altri) in un periodo che precede l'immigrazione in Grecia delle genti elleniche. Delle vicende di questi Pelasgi si davano notizie incerte, ad esempio che un loro gruppo fosse emigrato dalla Tessaglia in Atene e da Atene in Lemno e si indicavano resti di costruzioni, sopratutto di mura, come quelle pelasgiche di Atene. Su queste confuse notizie antiche, gli storici moderni del secolo XIX formularono molte teorie sull'origine, la stirpe, la lingua e la civiltà dei Pelasgi. 
Esaminando le mura difensive poligonali di Cosa, Alatri, Segni, Cori, Alba Fucens, si è osservato che le lunghezze dei lati dei poligoni sono multiple di un valore comune, pari a 1,536 cm, mentre le ampiezze degli angoli sono multiple di 1,5°. Stessi valori sono stati riscontrati ad Atene e,nel Mare Egeo, sull'isola di Milo. Da altre osservazioni a Pyrgi e Orbetello sono emerse due date entro le quali questa tecnica costruttiva veniva applicata. Tutte le mura poligonali mostrano, nella faccia a vista, blocchi di pietra con un numero di lati che può variare da tre a più di dieci e con
angoli che possono essere anche concavi. 
Le mura di difesa di molte città sono chiamate anche ciclopiche, a indicare le grandi dimensioni, ma possono essere chiamate anche megalitiche e pelasgiche. Giuseppe Lugli nel 1946 scriveva a questo proposito: “Ė dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le grandi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico; le mura più rozze risalgono sul nostro territorio al VI a.C., mentre quelle più accuratamente tagliate si possono datare alla metà e fine del IV a.C.
Bisogna precisare che non tutte le mura megalitiche sono poligonali, mentre non tutte le mura poligonali sono megalitiche. Giuseppe Lugli nel 1967 ha distinto in cinque classi le tecniche costruttive: opus siliceum, quadratum, caementicium, incertum e reticulatum. Nell’ambito dell’opus siliceum riconosce quattro maniere: 
1) blocchi grezzi, accatastati così come vengono dalla cava (esempi sono Atina e Amelia).
2) blocchi sgrossati, con zeppe negli interstizi. La faccia a vista viene resa il più possibile piana (esempi a Roselle e Norba).
3) sgrossatura raffinata sulla faccia esterna, fino a raggiungere una superficie piana, e spianatura delle superfici a contatto con gli altri blocchi. Il lavoro era svolto sul posto con scalpello e squadra per misurare gli angoli (esempi a Cosa, Orbetello, Pyrgi, Alatri, Alba Fucens, Norba e molti altri siti).
4) imitazione dell’opera quadrata, senza raggiungere la perfezione per risparmiare lavoro. 
Nell’ambito dell’opera quadrata abbiamo tre maniere: etrusca, greca e romana, secondo unità di misura differenti. perfettamente orizzontali ma di altezza diversa e con una alternanza di posizioni fra pietre, ad esempio alternati di testa e di taglio.

Se osserviamo attentamente l’incastro delle pietre poligonali, dobbiamo notare che non è sufficiente, come suggerisce il Lugli, determinare l’apertura degli angoli, ma occorre determinare in alcuni casi anche l’ampiezza dei lati. Inoltre, per la precisione dei giunti, occorre che il valore di un angolo o di un lato sia stabilito con una misura precisa che possiamo confrontare con il digitus romano di 1,85 cm, o con l’analoga unità etrusca di 1,68 cm, come appare sui blocchi squadrati utilizzati per le tombe a dado del VI a.C. della necropoli di Cerveteri in località La Banditaccia e per un tumulo del VI a.C., della necropoli del secondo Melone del Sodo presso Cortona.
L'uniformità, la precisione e la diffusione geografica della tecnica utilizzata per erigere mura poligonali è il filo di Arianna che ci può fare risalire a quella grande civiltà che per qualche migliaio di anni, nella preistoria, ha dominato il bacino del Mediterraneo disseminandolo di proprie roccaforti e di cui purtroppo si è persa l'identificazione.
Se dunque facciamo corrispondere questa misteriosa civiltà con la tecnica dei muri con elementi poligonali, possiamo immaginarne il declino nel III Millennio a.C. D'altra parte non conosciamo ancora il momento del suo inizio, che dovrebbe corrispondere non alla prima apparizione dell'opera poligonale ma almeno al primo utilizzo dell'opera megalitica sgrossata.
Come fare per identificare questa civiltà? Un modo è di scavare nella letteratura antica. Vi sono molte strade che conducono a un unico nome: i Pelasgi che orbitavano intorno al Mar Egeo. Ma chi erano questi Pelasgi?
Secondo Virgilio essi furono i primi abitatori della nostra penisola e per Strabone furono i fondatori di Caere, di cui abbiamo parlato a proposito di Pyrgi. Per Erodoto erano gli abitanti della Grecia prima dell'arrivo dei popoli di lingua ellenica,quando la regione si chiamava “Pelasgia”;successivamente,nel periodo classico,essi abitavano Lemno. Stranamente però una loro più precisa ubicazione è diversa per autori diversi. Nell'Odissea sono chiamati anche i “popoli di Creta”, intendendo ovviamente coloro che abitavano quest'isola prima dell'arrivo degli Achei, mentre nell'Iliade sono ubicati tra Tracia ed Ellesponto, ma poi la loro capitale viene considerata Larissa in Tessaglia, mentre nell'Epiro, a Dodona, si trovava un tempio dedicato allo Zeus pelasgico. Per Tucidide l’origine di Atene è pelasgica.
Per giustificare tali diversità possiamo supporre che la civiltà che si serviva dei muri poligonali per difendere le proprie città abbia avuto un periodo di grande compattezza ed unità. Poi verso il 3000 o 2500 a.C. -solo per dare delle date indicative –questa unità si è persa, e ampie regioni si sono rese autonome: la Tessaglia, la Tracia, Creta e altre ancora. Tutti erano Pelasgi ma non c'era più il senso di una patria o un governo comune. Così, chi li voleva identificare si riferiva a popolazioni che forse rispecchiavano maggiormente il carattere antico dei Pelasgi o che l'autore, direttamente o indirettamente, conosceva meglio. È probabile che con la denominazione “popoli del mare” ci si riferisse a popoli che discendevano dai Pelasgi e che ne conservavano ancora le antiche abilità marinare.
I Pelasgi erano sicuramente valenti marinai, ed è facile pensare che abbiano dominato tutto il Mediterraneo per millenni. In considerazione dello stato di avanzato progresso tecnico di questo popolo, essi potrebbero avere inventato, oltre alla metallurgia del bronzo, anche l’arte della navigazione. Il ragionamento si basa su alcuni punti di forza.
Il mare Mediterraneo è l'ambiente ideale per fare sbocciare la navigazione. E più in particolare lo è il mare Egeo, dove diverse isole sono in vista dal continente, come avvieneper Egina, Angistri, Poros, Idra, Dokos, Spetses intorno alle coste dell'Argolide. Raggiungere queste isole poteva essere il modo di difendersi da aggressioni di altri popoli senza bisogno di erigere mura difensive.
Quindi, forse non è del tutto casuale che la prima evidenza di un commercio marittimo venga proprio dall'Argolide e precisamente dalla grotta di Franchthi, che si affaccia sul golfo di Nauplia. In questa grotta, che è stata frequentata dall'uomo fin dal Mesolitico, è stata trovata ossidiana lavorata in uno strato datato intorno all'8500 a.C.. Le analisi petrografiche hanno dimostrato che questa ossidiana è provenuta dall'isola di Milo, che è distante 150 km. Negli stessi strati sono state trovati anche resti di pesci di grande taglia, che indicano una pesca d'altura.
Infine, potrebbe essere non del tutto casuale anche il fatto che nell'entroterra che si affaccia sullo stesso golfo di Nauplia vi è la massima concentrazione di importanti città fortificate con mura megalitiche: in un raggio di appena 10 km troviamo Nauplia, Micene, Tirinto e Argo.
Tucidide ci fornisce un dettaglio interessante: i Pelasgi si distinguevano per il fatto che costruivano le loro città che si trovavano in prossimità del mare con le mura fondate sulla spiaggia stessa. Questo dettaglio corrisponde a quanto è stato ricostruito per Pyrgi e forse anche per Orbetello.
Questa civiltà delle città fortificate con mura megalitiche, che possiamo senza timori chiamare pelasgica, potrà continuare a svelare i suoi segreti se si svilupperà la volontà che ciò avvenga. In particolare l'archeologia subacquea potrebbe attivarsi per acquisire nuovi dati circa l'età delle prime mura poligonali. Dato che, a quanto pare, Orbetello è stata fondata al livello del mare durante lo stazionamento che il mare ha avuto a -4 m e questo ha permesso di attribuire a tale evento un'età di almeno 7360 anni circa, si potrebbe fare un piccolo passo verso la precisazione dell'inizio della civiltà pelasgica se si trovasse in qualche punto del Mediterraneo una analoga fortificazione fondata su un terreno alla quota del precedente stazionamento marino, cioè a -9 m, a condizione che l'area indagata possa essere considerata stabile. Magari potrebbe essere utile tener conto di quanto riferisce ancora Tucidide, secondo il quale i Pelasgi, per favorire i propri traffici, si erano insediati in corrispondenza degli istmi.

Viene proposto infine che l'unità di misura riscontrata per le opere poligonali dell'Italia centrale e di Atene e Milo sia chiamata “dito pelasgico”.

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