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lunedì 27 marzo 2017

Archeologia della Sardegna. Preistoria: La metallurgia antica. Estrazione, fusione e leghe. Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. Preistoria: La metallurgia antica. Estrazione, fusione e leghe
Riflessioni di Pierluigi Montalbano




















La scoperta dei metodi per l'estrazione dei metalli portò gradualmente alla fine della cultura neolitica. Per molti secoli, mentre utilizzavano la pietra, l'osso e il legno come materiali da utensili, gli uomini fecero uso di qualche metallo allo stato nativo (oro, argento, rame e ferro meteorico) per scopi decorativi e per la fabbricazione di piccoli oggetti quali spilli e ami da pesca.
Le ampie possibilità offerte dalla lavorazione dei metalli non erano ancora note. La metallurgia vera e propria iniziò solo quando si comprese che, con la fusione, il riscaldamento e la colata, si poteva impartire al metallo una forma nuova e controllata, al di là dello scopo delle vecchie tecniche di scheggiamento, spaccatura, taglio. Ciò avvenne verso la fine del IV millennio a.C.
Nel giro di un migliaio di anni dalla scoperta dei processi di estrazione, l'uomo era riuscito a padroneggiare la metallurgia e la tecnica della fusione. È probabile che in un primo tempo il

sabato 25 marzo 2017

Archeologia. Furono i popoli del Mare a determinare il crollo di Ittiti, Egizi e Micenei? Forse le analisi dei pollini dell'epoca possono aiutare a svelare il mistero del crollo delle civiltà che pose fine all’Età del Bronzo.

Archeologia. Furono i popoli del Mare a determinare il crollo di Ittiti, Egizi e Micenei? Forse le analisi dei pollini dell'epoca possono aiutare a svelare il mistero del crollo delle civiltà che pose fine all’Età del Bronzo.
di Roff Smith


Cosa accadde 3.200 anni fa sulle rive orientali del Mediterraneo?
L'analisi di antiche particelle di polline ha portato alla luce una drammatica siccità durata ben 150 anni.
"In pochissimo tempo, l'intero mondo dell'Età del Bronzo crollò", racconta Israel Finkelstein, archeologo dell'Università di Tel Aviv. "L'impero ittita, l'Egitto dei faraoni, la civiltà micenea in Grecia, il regno di Cipro, celebre per la produzione del rame, la grande città-mercato di Ugarit, sulla costa siriana, le città-Stato cananite, sotto l'egemonia egiziana: tutte queste civiltà scomparvero, e solo dopo qualche tempo furono rimpiazzate dai regni territoriali dell'Età del Ferro, come quelli di Israele e di Giuda".
Il mistero fa discutere gli scienziati da decenni. Si è pensato a guerre, pestilenze, disastri naturali improvvisi. Ora Finkelstein e i suoi colleghi ritengono di aver trovato una soluzione studiando

venerdì 24 marzo 2017

Archeologia. Sant'Antioco, l'antica Sulky, una delle più antiche città di tutto l'Occidente. Indagini nell'area del Cronicario. Riflessioni di Piero Bartoloni

Archeologia. Sant'Antioco, l'antica Sulky, una delle più antiche città di tutto l'Occidente. Indagini nell'area del Cronicario.
Riflessioni di Piero Bartoloni


Le indagini archeologiche che si susseguono ormai da cinque lustri in una zona dell’antico abitato fenicio, punico e romano dell’antica Sulky, nota anche con il nome di Area del Cronicario, hanno fornito una vasta messe di dati e di puntualizzazioni cronologiche, come è proprio delle indagini che hanno luogo in queste circostanze. La stessa bibliografia suggerisce l’importanza del luogo per il mondo degli studi fenici e punici: non pochi studiosi della disciplina hanno contribuito all’analisi dei dati che sono emersi nel corso degli anni.
L’area dell’antica Sulky costituisce un campo d’indagine molto importante per la conoscenza della storia della civiltà fenicia dell’Occidente mediterraneo. A corollario occorre notare che, allo stato attuale delle ricerche, l’impianto urbano di Sulky è il più antico tra le colonie fenice di Sardegna.

Grazie alle scoperte effettuate nelle ultime campagne di scavi, oggi sappiamo che il sito nuragico di quella che sarà la Sulky di età fenicia era frequentato da navigatori stranieri anche in epoca precedente all’arrivo dei Fenici, come dimostrato da tre frammenti di uno stesso piccolo recipiente chiuso, databile al Miceneo III C. Sulla base della tipologia e della cronologia dei frammenti, si può ritenere che il recipiente al quale appartenevano possa essere identificato con una Cylindrical Bottle o con un Horn-Shaped Vessel oppure con una Gourd-Shaped Jar di fabbrica filistea (fig. 1), tutti per l’appunto in uso nell’XI secolo a.C.. Come è noto, la presenza filistea in Sardegna è stata registrata sulla base di alcuni ritrovamenti appartenenti alla cultura materiale di questo popolo, tra i quali un frammento di sarcofago fittile, significativo per quanto attiene al loro status nell’isola. Gli stretti legami tra i Filistei e il mondo locale sono accertati dalla costante presenza di questi materiali, che di certo non possono essere classificati come athyrmata, in ambiente nuragico e non è da escludere che quanto pervenuto in Sardegna e classificato in precedenza come matrice micenea, invece, possa essere ascritto a botteghe filistee.

Come ho già avuto modo di sottolineare, la cronologia della fondazione fenicia della città attualmente può essere collocata con sicurezza nel primo quarto dell’VIII secolo a.C. e, più precisamente, attorno al 780/770 a.C., grazie anche alle indagini che ormai da oltre vent’anni si svolgono in una proficua collaborazione tra l’Università di Sassari e la Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano nell’area cosiddetta del Cronicario.
Fino ad oggi la datazione del centro abitato si fondava su due precisi rinvenimenti di ambito medio geometrico e, dunque, certamente antecedenti al 750 a.C. Il primo è una forma chiusa di ambiente cuboico ischitano, riportata da Paolo Bernardini, mentre il secondo è costituito da due coppe di matrice tiria (fig. 2) rinvenute negli anni scorsi sempre nell’area urbana.
Attualmente, accanto alle conoscenze derivanti dai lavori effettuati nell’area del Cronicario, si possono ricordare anche quelle ottenute da occasioni non programmate, come nel caso di un intervento di urgenza che ha avuto luogo a Sant’Antioco tra il novembre del 2005 e il febbraio del 2006. Pertanto, la datazione della fondazione della città non solo è confermata ma, se ciò è possibile, ulteriormente rivalutata anche grazie a questi più recenti lavori, che si sono svolti nelle adiacenze della suddetta area del Cronicario.
Nel nuovo settore dell’abitato, che scende verso il mare con andamento verso est, si è potuta constatare una situazione analoga a quella degli edifici dell’adiacente area del Cronicario, i quali, per superare la pendenza del terreno, erano disposti su gradoni. Anche in questo caso gli edifici di età romana imperiale erano impiantati su blocchi appartenenti alle fortificazioni di età punica, erette attorno al 375 a.C. e smantellate subito dopo il 238 a.C.. Nell’area indagata, che ha un’estensione di circa 400 m² (fig. 3), l’intervento archeologico ha avuto inizio quando ormai gli edifici di età romana della parte orientale erano stati quasi completamente distrutti dai mezzi meccanici. Tuttavia, gli strati di età fenicia erano pressoché intatti ed hanno consentito un’indagine più accurata. Le strutture di età romana del versante occidentale erano, invece, totalmente intatte ed hanno consentito un’analisi completa e più che soddisfacente. Tra le murature emerse durante lo scavo, oltre a numerosi blocchi di pietra delle fortificazioni puniche, reimpiegati nelle strutture romane, è venuto in luce un pilastro, che, grazie alla sua collocazione stratigrafica, è stato possibile attribuire all’età fenicia. Il pilastro, dell’altezza residua di circa 2 m, interamente costruito in mattoni di argilla cruda e ricoperto con intonaco di tipo idraulico, aveva lo spessore di 52 cm e la lunghezza di 130 cm, cioè esattamente di un cubito per due cubiti e mezzo fenici, e probabilmente era destinato a sorreggere una struttura pensile in un ambiente subaereo, quale ad esempio un cortile.
Gli oggetti rinvenuti nell’area, appartenenti agli orizzonti citati, sono ancora in corso di studio, ma è stato possibile effettuare una scelta sia pur limitata che viene presentata in questa sede. L’importanza della scoperta risiede soprattutto nella constatazione che nell’area sono state rinvenute alcune forme di età fenicia che non erano mai comparse nel repertorio sulcitano fino ad oggi noto. Una delle più interessanti è costituita da una pentola appartenente a una tipologia orientale (fig. 4), assai rara nel bacino occidentale del Mediterraneo.

Inoltre, sono presenti alcune forme aperte tra le quali talune del tutto nuove per Sulky ed altre che apparentemente costituiscono un unicum in tutto il mondo fenicio. Tra le novità per l’abitato sulcitano, si possono menzionare alcuni tripodi (fig. 5) di tipo siriano, derivanti direttamente dai prototipi in basalto. Questi oggetti, in particolare, condividono gli orizzonti commerciali fenici, ma la loro origine è da porre nelle botteghe nord-siriane e, dunque, nella culla dell’arte orientalizzante, assieme alle coppe baccellate di tipo ‘assiro’ e forse alle coppe ‘fenice’ in metallo prezioso.
Sempre a Sulky sono da citare una serie di mortai (figg. 6-7), che, pur presentando una vasca del tutto simile a quella dei noti tripodi, sono provvisti, invece, di un piano di appoggio anulare, che, allo stato attuale, li rende del tutto unici nel loro genere.
Oltre a questi mortai occorre ricordare un minuscolo attingitoio d’impasto, unico nel suo genere in ambiente abitativo (fig. 8), ma accompagnato da alcuni esemplari miniaturistici provenienti dall’area del tofet, in parte coevi e in parte del VII secolo a.C. Numerose sono anche le piccole brocche piriformi utilizzate come unguentari, per altro già rinvenute in quantità considerevole nell’ambiente abitativo e dipanate tra la seconda metà dell’VIII e la metà del VII secolo a.C. Di particolare interesse è un frammento di brocca con orlo espanso (fig. 9), accostabile ad esemplari rinvenuti in insediamenti fenici sia di Cartagine sia della costa andalusa. Questi ultimi recipienti sono databili attorno alla metà del VII secolo a.C. e dunque quello sulcitano riveste particolare interesse, poiché a Sulky mancano totalmente le attestazioni delle brocche di questa tipologia in questo specifico periodo.
Sempre tra i reperti dell’abitato è da segnalare la presenza, per la prima volta in ambiente fenicio di Sardegna, un frammento di cuenco di ceramica cenerognola con incisioni di provenienza iberica, che, assieme ai frammenti di ceramica nuragica disseminati lungo la rotta tra l’Oriente e l’Occidente, suggerisce nuove problematiche su vettori ed equipaggi. In particolare, il frammento in questione sembra fare parte di un recipiente prodotto nell’area del Bajo Guadalquivir, anche se non si esclude la possibilità di una sua provenienza dalla zona del Sureste. La scoperta di un frammento appartenente a questa classe di materiali non costituisce una novità per i centri fenici di Occidente, ma, almeno per il momento, rappresenta un unicum almeno per quanto riguarda la Sardegna.

Ancora dall’area del Cronicario vengono due frammenti di una stessa oinochoe euboica, databile nell’ambito SPG III, e un kyathos d’impasto (fig. 10), databile nell’ultimo quarto dell’VII secolo a.C.. Entrambi gli oggetti erano inseriti in due mattoni di terra cruda, appartenenti allo stesso focolare. Quindi, l’oinochoe SPG III di Sulky si aggiunge al repertorio euboico della Sardegna ed è da considerare coeva allo skyphos a semicerchi pendenti di Sant’Imbenia, oppure cronologicamente precedente, sia pure di poco. Dunque, data la quantità di materiali d’importazione, l’abitato sulcitano dei primi anni dell’VIII secolo a.C. è da considerare in una fase cronologicamente non iniziale. Sono, inoltre, ravvisabili possibili paralleli con i fondaci fenici e tartessi dell’Andalusia occidentale anche in relazione alla presenza di frammenti di skyphoi attici compresi, comunque, entro il MG II.
Come è noto, numerosi materiali fenici, soprattutto in red slip, sono venuti alla luce nell’area indagata: tra questi principalmente le forme aperte, come è ovvio per un’area residenziale. Inoltre, sono testimoniati non pochi frammenti di produzione euboica e corinzia, che permettono di allineare pienamente il centro sulcitano agli orizzonti culturali e commerciali recentemente apparsi a Cartagine. Tra tutti, fino ad oggi mai rinvenuto a Sulky, un frammento di coppa con ansa verticale e una caratteristica decorazione a righe oblique incrociate, databile entro il LG II.
Un’ultima, più recente scoperta riguarda un’olla la cui cronologia è stata oggetto di annosa diatriba nel campo degli studi punici. Si tratta di un recipiente di forma caratteristica e inconfondibile per il quale, in virtù della posizione delle anse, sono state chiamate in causa anche origini nuragiche. A risolvere definitivamente l’annoso micro-problema, durante le indagini nell’area del Cronicario, in uno stato databile nel 200 a.C., è stata rinvenuta in situ un’olla di questo tipo, interamente ricostruibile, accompagnata da una pentola tardo-punica e da un’anfora di fabbrica cartaginese, che corroborano la cronologia.

Le testimonianze di cultura materiale fenicia, punica, greca ed etrusca, rinvenute a Sulky e nel suo circondario, sembrerebbero aprire ulteriore e nuova luce sulla realtà e sulla natura dei traffici commerciali intrattenuti dalla città fenicia nei primi secoli della sua esistenza.
I dati testé illustrati sono esposti in modo sommario per fornire in modo il più rapido possibile al mondo degli studi nuovi elementi di valutazione e di lavoro. Questi dati, inoltre, contribuiscono a diluire e ad attenuare o, comunque, ad inserire in un contesto più diffuso e più ampio le scoperte effettuate in insediamenti quali Sant’Imbenia di Porto Conte, accreditati talvolta di valenze che oggi, allo stato delle scoperte sulcitane, non sembrerebbero riferirsi a testimonianze particolarmente inusitate ed eccezionali. Del resto, sono ben noti i rischi di una ipervalutazione di pochi dati non completi situati in contesti che potremmo ben definire marginali. Infatti, alla luce dei nuovi dati sulcitani, l’insediamento di Sant’Imbenia, pur se non trascurabile, rientra nel novero dei centri nuragici attivi lungo le coste e nell’interno della Sardegna, quali ad esempio il nuraghe Sirai e il nuraghe Tratalias, non direttamente interessati dalla presenza dei centri urbani fenici.

Fonte: Quaderni di Vicino Oriente (2010), pp. 7-18 - Roma

giovedì 23 marzo 2017

Storia della Sardegna. I "Falsi d'Arborea", misteriosi e incomprensibili fogli, per i quali il bibliotecario Pietro Martini si affidò allo scrivano cagliaritano Pillito, considerato un abile paleografo, che prestava servizio presso l’Archivio Patrimoniale della città.

Storia della Sardegna. I "Falsi d'Arborea", misteriosi e incomprensibili fogli, per i quali il bibliotecario Pietro Martini si affidò allo scrivano cagliaritano Pillito, considerato un abile paleografo, che prestava servizio presso l’Archivio Patrimoniale della città.


(Se ne parlerà Venerdì 24 Marzo nella Sala Conferenze Honebu a Cagliari, in Via Fratelli Bandiera 100 con lo studioso Pietro Maurandi).
Tra i falsi storici più noti che riguardano la Sardegna, un posto di rilievo spetta alle Carte d’Arborea, documenti che nulla hanno a che fare con la nota Carta de Logu della Giudicessa Eleonora. Quando, nel 1845, il direttore della Biblioteca universitaria di Cagliari Pietro Martini ricevette dalle mani del frate Cosimo Manca un’antica pergamena, non ebbe la minima esitazione nel credere che quello strano documento illeggibile e dalle dimensioni così inusuali potesse finalmente far luce sul passato più oscuro della Sardegna. Da quel momento in poi, continui nuovi ritrovamenti di pergamene, codici e fogli diedero vita a un ingegnoso castello di menzogne in grado, per qualche tempo, di creare una pagina di storia totalmente fittizia e immaginaria.
Le Carte d’Arborea, così chiamate perché rimandavano al palazzo dei giudici d’Arborea, si riagganciavano cronologicamente alla figura della nota Eleonora e della sua corte, contribuendo, durante il periodo delle preziose scoperte, a rafforzarne il mito e l’immagine gloriosa. Ma la parte più interessante riguardava non tanto i nuovi personaggi portati alla ribalta, quanto piuttosto, il

mercoledì 22 marzo 2017

Archeologia. Il Cristianesimo e le trasformazioni dei rituali funerari tra età romana e alto medioevo. Una liturgia controllata dalla Chiesa: la vestizione, le lamentazioni, la processione. Riflessioni di Irene Barbiera

Archeologia. Il Cristianesimo e le trasformazioni dei rituali funerari tra età romana e alto medioevo. Una liturgia controllata dalla Chiesa: la vestizione, le lamentazioni, la processione.
Riflessioni di Irene Barbiera (
Illustrazione di Francesco Corni)

In quella complessa realtà che era il tardo Impero romano, si registra la presenza di forme diverse di commemorazione e sepoltura. Inoltre, i rituali funerari si sono costantemente trasformati, nella centenaria storia di Roma, sotto l’influsso di diverse culture e religioni. In questo quadro il cristianesimo avviò, tra l’età tardo antica e l’alto medioevo, un processo lento e graduale di ridefinizione dei rituali funerari che portò nel corso del secolo VIII all’affermazione di una liturgia cristiana controllata dalla Chiesa. In concomitanza con la diffusione del cristianesimo, anche tutta una serie di trasformazioni economiche e sociali contribuirono all’elaborazione di

lunedì 20 marzo 2017

Archeologia. La Sardegna dei Giudicati: cosa sono, quando e come sono nati i 4 Regni nell'isola. Riflessioni di Alberto Massazza

Archeologia. La Sardegna dei Giudicati: cosa sono, quando e come sono nati i 4 Regni nell'isola.
Riflessioni di Alberto Massazza



Con il dilagare degli arabi nel Mediterraneo, che, a partire dal 705, a più riprese tentarono la conquista dell’isola, per altro senza ottenere che effimere occupazioni litoranee, la Sardegna, strappata ai Vandali dai Bizantini guidati dal generale Bellisario nel 535 ed inclusa nell’Esarcato d’Africa, iniziò ad avere rapporti sempre più precari con la Terra Madre, fino al definitivo black-out, all’indomani dell’invasione della Sicilia da parte dei Musulmani, iniziata con lo sbarco a Mazara nell’827. L’isola iniziò così un percorso di autogestione che, nel giro di pochi decenni, portò alla formazione di entità statali autonome, denominate Giudicati, destinate a caratterizzare la

venerdì 17 marzo 2017

Archeologia. Le navicelle bronzee nuragiche, testimoni indelebili della religiosità dei sardi nuragici. Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Archeologia. Le navicelle bronzee nuragiche, testimoni indelebili della religiosità dei sardi nuragici.
Riflessioni di Pierluigi Montalbano


All'inizio del I millennio a.C., in Sardegna si notano una serie di avvenimenti che segnano un deciso cambio di passo nell'organizzazione sociale ed economica delle comunità, costiere e dell'interno. Un nuovo piano urbanistico interessa dapprima i centri costieri e poi, a macchia d'olio, altri villaggi dell'isola. I maestosi edifici a torre, i nuraghi, vengono dismessi, anche per via delle onerose opere di ristrutturazione. Il mondo funerario vede la comparsa di tombe a pozzetto, semplici strutturalmente e non monumentali, che integrano e poi sostituiscono le grandiose tombe di giganti. La religiosità mostra segni indelebili attraverso preziose sculture, i bronzetti, che oggi

giovedì 16 marzo 2017

Eventi.La Sardegna è nuovamente protagonista del premio letterario riservato a racconti brevi. Venerdì 17 Marzo alle ore 19 da Honebu, Via Fratelli Bandiera 100, Cagliari/Pirri, sarà presentata l’antologia del premio “Racconti nella Rete 2016” (Nottetempo) a cura di Demetrio Brandi. Intervengono gli scrittori Liliana Murru ed Enrico Valdès. Letture a cura di Giuditta Sireus.

Eventi. La Sardegna è nuovamente protagonista del premio letterario riservato a racconti brevi. Venerdì 17  Marzo alle ore 19 da Honebu, Via Fratelli Bandiera 100, Cagliari/Pirri, sarà presentata l’antologia del premio “Racconti nella Rete 2016” (Nottetempo)  a cura di Demetrio Brandi. Intervengono  gli scrittori Liliana Murru ed Enrico Valdès. Letture a cura di Giuditta Sireus. 

L'Associazione Culturale Honebu propone una serata letteraria con Liliana Murru, Enrico Valdes e Giuditta Sireus. Tema dell'incontro sarà: "Racconti nella rete".
Padrona di casa sarà la scrittrice Liliana Murru, già vincitrice del premio nel 2014. Insegnante di lingue, abita a Cagliari con le figlie Elisa e Sara. Prima della laurea ha vissuto a Londra per alcuni anni. Adora viaggiare, stare a contatto con la natura e leggere. Scrive racconti e poesie in italiano e in inglese. Il suo racconto si intitola “N’Dele”. La storia di un bambino soldato strappato alla

mercoledì 15 marzo 2017

Archeologia. Come, quando e perché in Egitto fu costruita la piramide di Cheope a Giza?

Archeologia. Come, quando e perché in Egitto fu costruita la piramide di Cheope a Giza?

La piramide di Giza fu costruita appositamente per seppellire il faraone Cheope. Sul periodo in cui il monumento fu costruito, gli archeologi non hanno dubbi: su alcuni dei blocchi di calcare che costituiscono la piramide è infatti scritto il nome del faraone Cheope (Khufu) in geroglifici. Si tratta di una specie di sigillo con cui venivano segnati alcuni massi estratti dalle cave e destinati alla piramide stessa, e Cheope, secondo re della IV dinastia, regnò dal 2590 al 2567 a.C., nel periodo in cui le piramidi erano usate come tombe reali (della III alla XVII dinastia, cioè dal 2650 al 1567 a.C.).
La cronologia dei sovrani egizi è stata ricostruita grazie documenti di varie epoche, soprattutto papiri, compilati dai sacerdoti, come il Papiro dei re, conservato a Torino, che ci dà la cronologia dalla prima alla XVII dinastia. Le piramidi sono il risultato di un’evoluzione delle tecniche architettoniche durata più di cento anni, a partire dalle tombe rettangolari chiamate mastaba (usate nella I e II dinastia, attorno al 3000 a.C.), con le facce laterali inclinate e il tetto piano. Poi si è

martedì 14 marzo 2017

Archeologia. Haou-Nebout (Honebu), l'origine dell'antica civilta degli Egizi. Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Archeologia. Haou-Nebout (Honebu), l'origine dell'antica civilta degli Egizi.
Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Dopo la nascita della nostra Associazione Culturale Honebu, qualcuno mi chiede il significato di questa parola. Certo di fare cosa gradita, ho pensato di scrivere un breve articolo nel quale fornisco qualche indicazione sulla provenienza del termine. 

In antichità, e in parte ancora oggi, era più facile muoversi per mare che per terra. Benché il mare possa fare paura ai non naviganti, possiamo considerarlo una grande autostrada dove non ci sono confini politici e dove molte terre appaiono come un’unica terra. Tutti sanno che nell’Europa Occidentale esistono enormi mura megalitiche simili tra loro, realizzate spesso in luoghi strategici. Le origini del termine Haou Nebout (si pronuncia Honebu) sono da ricercare proprio in questa civiltà megalitica, pur se non è chiaro il confine geografico. Gli inni cosmogonici, le formule universalistiche, i testi sacri e religiosi dell’Antico Egitto pongono l’Haou-Nebout alla radice della civiltà umana e ne parlano come di un universo di isole abitate da potenti popoli civilizzati. Posto in un mare agli estremi confini dell’Ecumene terrestre, Honebu beneficiava della